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IL CIL CIBO. CULTURA, MEMORIA E METAFORA DELLA VITA

Conferenza del professor Giovanni Dejosso

" Un «fil rouge» lega, praticamente da sempre, gli artisti al concetto di cibo. Dai classicisti agli impressionisti, dal pop al concettuale fino alla body art, questo strumento di sopravvivenza che è il cibo ha visto sprigionare fiumi di creatività intorno ad una serie di significati che hanno attirato l’interesse di antropologi, filosofi e sociologi di ogni latitudine. Del cibo anche gli artisti hanno esaltato, e continuano a farlo, ora i valori estetici, ora quelli mediatici, ora quelli sociopolitici, ora quelli religiosi.

Molto interessante anche la parte della relazione che ha trattato del rapporto fra cibo e memoria. "Diciamo che si apprezza la società in cui si vive se la si conosce e conoscerla significa anche tentare di recuperare nella memoria locale ciò che è andato eventualmente perduto, per offrirlo come patrimonio a chi non c’era, perché la nostra “identità” di oggi può affondare le proprie radici solo nel nostro passato, nella consapevolezza che dimenticare queste radici può solo condurre ad un modo di vivere e di pensare privo di riferimenti e di valori e nel quale le relazioni tra persone sono determinate solamente da necessità o da pura e semplice convenienza. Il non far memoria di questa identità culturale può portare all’individualismo e alla fuga dalle aggregazioni e di conseguenza alla dequalificazione della vita. E se si ha fame di memoria storica, la si ha non per una sterile nostalgia del passato, ma perché la memoria storica, come dicevo, è il più solido fondamento della nostra identità, orienta una visione positiva della vita e dei rapporti umani, educa alla convivenza pacifica e ad avere dei punti di riferimento dai quali partire per continuare a costruire dove altri hanno già terminato il loro lavoro. Memoria e identità sono due termini che affondano le proprie radici nel territorio che sta intorno a noi e con il quale noi interagiamo, ma costituiscono anche il consolidamento di un circolo di legami e di relazioni affettive che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle e che ci sono state trasmesse attraverso le esperienze maturate da chi è vissuto prima di noi. Memoria e identità rappresentano, quindi, anche un bagaglio di esperienza e di cultura che ereditiamo da un passato che non abbiamo vissuto direttamente, ma che tuttavia ci pervade e ci condiziona più di quanto non sia credibile e immaginabile. Ecco perché è di fondamentale importanza andare alla riscoperta, alla valorizzazione e alla conservazione dei segni di questo nostro passato.

E dunque iniziamo a farlo questo viaggio in questo nostro passato, scavando nella nostra memoria di viaggiatori incessanti, alla ricerca di quei luoghi e di quei ricordi che più di altri vi rimangono impressi e che, più di altri, hanno la capacità di farci comprendere il senso dei nostri cambiamenti, quasi fossero specchi fedeli dei nostri occhi, che si chiudono lentamente sul tempo che passa.
Il 4 ottobre ed il 1 maggio si svolge, nel Santuario di San Francesco a Lula, nella zona di Nuoro, una delle feste campestri più caratteristiche della Sardegna. Il Santuario campestre si trova a 23 chilometri dal paese di Lula, sul costone collinare dominato dal Monte Albo.
La chiesa si presenta, nelle forme attuali, come il risultato delle ristrutturazioni e degli ampliamenti effettuati nel 1795 sulle strutture originarie risalenti, forse, al XVI secolo. All’interno è custodita una statua lignea di San Francesco, di scuola napoletana del ’600.
"Sas cumbessias", ossia i piccoli edifici costruiti per ospitare i pellegrini, sono in buona parte moderne.
Secondo la leggenda l’edificio religioso sarebbe stato costruito da un bandito in segno di ringraziamento al Santo, che aveva invocato affinché lo aiutasse a dimostrare la sua estraneità ai delitti di cui era accusato.
Vera o no che sia la leggenda, i priori, cioè gli organizzatori della festa, vengono scelti ogni anno fra i presunti discendenti del bandito. La festa, mirabilmente descritta da Grazia Deledda nel romanzo Elias Portolu, non ha subito modifiche nel corso degli anni ed ancora oggi centinaia di pellegrini percorrono a piedi il tragitto fra il santuario ed i rispettivi paesi d’origine.
Il primo pellegrinaggio parte nella notte del 4 ottobre dalla chiesa di Nuoro "La Solitudine" e si arriva nel Santuario di Lula la mattina all’alba.
Il secondo pellegrinaggio (più conosciuto e frequentato) parte nella notte del 30 aprile e si conclude la mattina all’alba del 1 maggio. Per completare l’intero tragitto sono necessarie dalle 4 alle 6 ore.
I pellegrini più esperti e più scaltri conoscono, naturalmente, le varie scorciatoie per arrivare prima a destinazione.
La tradizione vuole che ai fedeli, durante la novena, venga offerto "Su Filindeu“, un brodo di carne di pecora con una pastina molto particolare, “su filindeu” appunto. La minestra viene infine condita con formaggio pecorino abbastanza fresco, che a contatto con il brodo caldo si scioglie e fila. Il “filindeu” (fili di Dio, traduce qualcuno) è un piatto del tutto improbabile da ritrovare in un ristorante che non sia il mitico Country Resort Su Gologone.
E neanche sulla tavola familiare “su filindeu” è un piatto comune.
La sua rarità sta tutta nel fatto che la base del piatto è costituita da un tipo di pasta di semola di grano duro, interamente fatta a mano con una tecnica che davvero poche donne conoscono. La pasta è interamente tirata a mano,e ricorda l’antica tecnica manuale cinese per fare gli spaghetti. Da un iniziale rotolo di pasta tirato e piegato in due, poi in quattro, in otto e così via si arriva ad avere un totale di 256 sottilissimi fili che vengono stesi su un fondo o un setaccio piatto di fibra naturale dove la pasta potrà seccare.
professor Giovanni Dejosso